È solo una foto ricordo questa, lo voglio premettere. 
Ma è una foto che guardo e riguardo spesso, per capire l’importanza e la profondità infinita dei gesti. 
Di quelle posizioni e quegli spostamenti infinitesimi dei nostri arti e del nostro corpo, di quei movimenti quasi sempre involontari che facciamo e non vediamo e rivediamo poi in una foto e alla fine ci spiegano tanto di noi, 
più di tutto il resto.

Era metà Agosto ed era la cucina 
della casa al mare. 
Ed era mattina presto, e c’era un caldo insopportabile. 
E questo non era nulla - davvero nulla credetemi - in confronto al calore rovente che emanavano i peperoni verdi che friggevano in quella padella enorme lì dietro, che non si vede, ma fidatevi di me.
Era prima mattina, ricordatevelo sempre.
Ed io non so per quale strano motivo non ero ancora andato al mare e mi piaceva sedermi incastrato in una rientranza di un mobile lì di fronte e guardarle.
Le guardavo e le inseguivo con una piccola macchina fotografica.
Ascoltarle, mentre dall’altra stanza arrivava l’eco di un piccolo televisore costantemente sintonizzato su qualcosa come Padre Pio tv e non ho mai capito il perchè ci fosse tutto il giorno la messa e mi chiedevo, da piccolo, se quei tizi ogni tanto si riposassero e magari andassero al mare o mangiassero i peperoni fritti, verdi ovviamente. 
Mi piaceva sentirle, mentre all’improvviso, arrivava un momento in cui queste nenie sacre e queste preghiere, si mescolavano a delle parole incomprensibili, delle urla, delle grida roche e delle espressioni davvero per me fino a quel momento ignote. 
Era come una tempesta furibonda in un giorno di sole, come una collisione irrefrenabile di atomi e molecole, una sorta di Big Bang, di bomba atomica, di cataclisma.
E sono quasi sicuro che la causa fosse la diversa visione della cottura dei peperoni, ora posso dirlo con una certezza quasi totale.
E tra tutte queste frasi e queste parole e questo groviglio di cose, sicuramente l’espressione che mi porto dentro e che ricordo in maniera vivida era
‘Cirichè, vatt’ a fa’ fott’.
Ho scoperto solo qualche anno dopo il significato, ho riso davvero tanto.
E dicevo tutto questo gran baccano e Padre pio e le urla e i peperoni e le porte che sbattevano per il vento forte che la mattina c’era al mare - e faceva corrente così dicevano - e io che dietro dietro le inseguivo senza saperne il perchè, ma mi divertivo come un matto, mentre loro non si guardavano più in faccia e calava un silenzio di tomba all’improvviso.
Non parlava più nè Padre pio, nè i peperoni, nè sbattevano le porte e le finestre.
Mi ricordo che allora presi la macchina in mano, scesi dal mio mobile sospeso con un piccolo salto, me lo ricordo bene, e dissi loro con ingenuitá di un bambino 
‘Vi avvicinate che vi faccio una foto?’

Si misero accanto, mi sorrisero.

E loro che mai si sfioravano, anche se erano sorelle, ero lì adesso davanti a me, con una mano sulla spalla, degli occhi enormi, e una tenerezza ed una forza che mai si sarebbe potuta replicare e imitare.
È qualcosa che va oltre il tempo e la vita stessa, l’ho capito in quel momento.
È nei gesti che ogni giorno facciamo e neanche ce ne accorgiamo, in quei piccoli sbagli e sbavature, in quelle frazioni di secondo, che ci mettiamo tutto il cuore, ma tutto davvero e parliamo di noi, parliamo davvero di noi, 
del bene che vogliamo, 
dell’amore che proviamo, 
della storie che raccontiamo.

Ritorna all’improvviso a cantare la messa dall’altra stanza, il televisore riprende vita.
I peperoni sono in una grande coppa 
verde sul tavolo in cucina.
Ed io vado al mare.
Metaponto, tanti anni fa.

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