Laggiù, il Tirreno delle grandi navi, delle rocce e della schiuma densa sopra una distesa di blu scuro e verde chiaro a tratti.
Non c’è distanza con la città e la vita stessa, nessuna.
I volti scuri e secchi di salsedine e sole rubato in ogni angolo delle giornate.
Un pavimento a scacchiera di una terrazza metafisica, che metafisica poi non è, perchè il mare ci sale su e tu sei sopra di lei, e quindi tu sei sul mare e se non ci fai attenzione ti ritrovi bagnato.
Il 5 e 5 a pranzo, quello con le melanzane piene d’aglio. I vetri appannati dei bar antichi, di storie lontane e dei ponce bollenti che respirano.
E respiri tu, tra i palazzi grandi gialli e ambra di intonaco scrostato e mangiato dal sale e dal tempo, che dicono, ogni sera salpi con una nave grande diretta chissà dove e chissà se mai qui tornerà.

È l’attesa di qualcosa, e magari la bellezza stessa dell’attesa di qualcosa, che nel frattempo si dilata e si diluisce in una sensazione di temporanea serenità.
Un porto aperto dove ogni esule trova una dimora.

“C’è tanto ancora da fare” - sento un signore anziano borbottare di spalle mentre guarda il mare.


Livorno, 2019

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